
Dal discorso de L. Rebellato in occasione dell’inaugurazione del primo miniacquedotto ‘a giostra’ in Camerun il 30 gennaio 2009
L'acqua zampillante da una giostra: una novità assoluta in tutta L'Africa centrale.
Di solito una mamma africana dice al figlio: « Smettila di giocare e vieni ad aiutarmi ». Da oggi in una piccola città del Camerun, chiamata Bafia, si sentiranno le mamme dire: «Va figlio mio, va a giocare, così mi togli il peso di andare a prendere l'acqua. Tanto più l’acqua che mi procuri giocando è più pulita di tutte le altre acque, dal momento che è potabile».
E queste parole da parte delle donne verso i loro figli si sentiranno anche a Yakan, Omendé, Bokito, Batanga, Biamesse, Tobagne, Yangben, Kadang, Deuk. Un po’ più avanti anche nel Mayo Kani e forse anche in Niger, in Ciad e nella Repubblica Democratica del Congo.
Immaginatevi un insegnante, un maestro che dice: «Bambini, è l’ora del ‘lavoro manuale’: andate subito a giocare». Sì, perché saranno le scuole le prime beneficiarie di questa novità idraulica. I bambini giocando forniranno l’acqua prima di tutto alle loro stesse scuole, quindi a loro stessi e poi alle loro madri e a tutto il paese.
«L’acqua zampillante di una giostra» è il primo progetto di un programma di sviluppo concepito da due ONG gemellate dal 1993, la camerunese CAFOR (Cellule d’Appui et De FORmation) e l’italiana IfP (Incontro fra i popoli).
C’è uno scrittore camerunese di Nkongsamba, Jean Paul Pougala, che nel suo meraviglioso libro “In fuga dalle tenebre” scrive: «I grandi del mio paese si fanno arrivare l’acqua dalla Francia per alleviare la loro sete, dimenticandosi del loro popolo; mentre nel Camerun ci sarebbe l’acqua per tutti e per tutte le esigenze».
Tutto quello che oggi vediamo, un grande serbatioi d’acqua, peraltro anche artistico, due rubunetti pubblici, una bella giostra dove i bambini gicano, ecc. non è altro che la parte visibile del progetto. Come un iceberg nel Mare del Nord lo si vede solo per un terzo della sua grandezza e gli altri due terzi restano nascosti nell’acqua, così è per il progetto. Più che un progetto sull’acqua, è un progetto sui diritti umani: il diritto all’accesso all’acqua, la protezione e la valorizzazione dell’infanzia, il miglioramento dello stato sociale della donna, il miglioramento della didattica nelle scuole, la democrazia partecipativa (ogni miniacquedotto sarà gestito da un Comitato Locale di Gestione dell’Acqua), la valorizzazione della cultura locale, la diffusione dell’energia eco-compatibile, il miglioramento della salute, dell’igiene personale e della salubrità ambientale, il potenziamento dell’economia locale, la promozione dell’imprenditoria locale.
Oserei dire che questa parte invisibile è più importante di quella visibile.
Il nostro obiettivo ultimo non è di dare delle cose (la giostra, il serbatoio d’acqua, la stessa acqua), ma di condurre la popolazione ad un’acquisizione sempre più avanzata della sua responsabilità sociale e civile e del suo potere decisionale. Soprattutto noi di Incontro fra i Popoli non siamo qui per risolvere i problemi di Bafia e del Camerun, ma per facilitare i processi endogeni di cambiamento verso una vita migliore per i camerunesi, per dei rapporti migliori fra la popolazione e i suoi rappresentanti, per una umanità basata su dei rapporti di uguale dignità e opportunità tra tutti gli esseri umani.
martedì 3 marzo 2009
L'acqua zampillante da una giostra
mercoledì 25 febbraio 2009
Le aspettative di una giovane stagista
Mi chiamo Lisa Marsan e sono una studentessa di Mediazione Linguistica e Culturale presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’università degli studi di Padova.
Arrivato il momento di svolgere l’attività di stage, ho pensato a un’esperienza in un’associazione, dove come scopo era quello di aiutare altre persone, meno fortunate di me e dei miei coetanei.
Circa dieci anni fa ho partecipato, assieme ai miei compagni di scuola media, all’attività promossa dall'associazione “scuola di mondialità”. Attraverso un gioco, chiamato Mondopoli, ho potuto capire in modo molto semplice e chiaro, come potesse vivere un contadino del Ciad.
Mi ha colpito la capacità di trattare tematiche molto difficili e attuali in modo chiaro e soprattutto con metodi alternativi, che potessero interessare e incuriosire i ragazzi come, nel mio caso, un gioco in scatola, simile al Monopoli.
Inoltre, un mio amico ha svolto l’attività di stage presso questa ONG e in base alle attività che ha svolto, come l'attività di tutoraggio per le scuole medie, ho voluto informarmi per saperne di più e in che campi operasse.
Ho apprezzato soprattutto le iniziative del sostegno a distanza, le attività di educazione ai ragazzi in base alle fasce di età e con la descrizione dettagliata di ogni iniziativa.
Grazie al giornalino e al blog, ho potuto leggere testimonianze di ragazzi della mia età che hanno avuto esperienze formative non solo in Africa, ma pure esperienze di volontariato presso le sedi di Cittadella e Bassano del Grappa. Per questi motivi ho deciso di mandare una mail per richiedere l’attività di tirocinio.
Dallo stage mi aspetto un’esperienza formativa per il mio percorso sia lavorativo che personale. Ho scelto proprio questa ONG perché credo nei valori che vuole trasmettere e dei fini che vuole raggiungere. Sono passati ormai dieci anni da quando questa associazione è venuta nella mia classe alle scuole medie inferiori, ma ho un ricordo ancora lucido di quell’esperienza.
Proprio per questo, vorrei dare un piccolo contributo, in qualsiasi campo, per continuare a trasmettere questi valori agli altri.
martedì 20 gennaio 2009
karibu! Testimonianza di stage a Bukavu
Salve a tutti di Incontro fra i Popoli,
da qualche giorno sono tornata in Italia dopo aver passato quattro mesi a Bukavu nella regione del Sud Kivu in Repubblica Democratica del Congo.
Era la prima volta che mettevo piede in terra africana, le sensazioni e le paure sono state molteplici.
A Bukavu ho lavorato come stagista presso il Comité anti bwaki ( CAB), un ONG locale da molti anni partner di Incontro fra i Popoli.
Quando sono arrivata subito gli agenti del CAB mi hanno dato una scrivania nell’ufficio Genere che si occupa dei gruppi di donne nelle associazioni contadine.
Pian piano sono riuscita ad integrarmi nel loro lavoro ed anche nel loro modo di vivere.
Con gli agenti, gli animatori e gli agronomi ho passato gran parte del mio stage. Con loro ho vissuto nelle case del CAB per più giorni presso i villaggi fuori città.Loro mi hanno insegnato come si vive e sopravvive in Sud Kivu.
Ho incontrato molti gruppi di donne e associazioni contadine, non sono riuscita a conoscere tutte le associazioni seguite dal CAB perchè sono molteplici e spesso raggiungerle era complicato. Sono riuscita in ogni caso a conoscere alcune in modo piu approfondito. Dopo due o tre volte che andavo in un villaggio era piacevole la sensazione di non essere piu la “Mzungu” (la bianca) che attirava l’attenzione di tutti, ma semplicemente “Dada” (sorella) stagista del Comité anti-bwaki.
Lo stesso piacere di non essere piu la Mzungu lo sentivo anche in città dove dopo molti sforzi e difficoltà alla fine riuscivo a muovermi liberamente tra mercato, bancarelle, venditori ambulanti ed ad essere salutata a loro modo : Jambo Dada ( ciao sorella).
La cosa piu dura è stato adattarmi a vedere tanta poverta ed ingiustizia, uso il termine adattarsi perche credo sia impossibile per me abituarmi a tutto ciò che i miei occhi vedevano.
Nonostante io sia una studentessa di Cooperazione e Sviluppo e posso magari conoscere le cifre della mortalità infantile, l’analfabetismo, il costo della vita, posso aver letto mille libri e articoli sulle condizioni di vita degli africani, quando sono arrivata lì mi sono sentita davvero piccola piccola di fronte ai molteplici problemi che queste persone devono affrontare.
Le donne lavorano in maniera incredibile, possono fare kilometri a piedi per arrivare in città e vendere il loro sacco di carbone che quasi pesa piu di loro. Le scuole pubbliche esistono ma lo stato non paga gli insegnanti quindi l’alfabetizzazione è a carico delle famiglie.
I giovani hanno voglia di fuggire, invece di essere incoraggiati a cambiare le condizioni della loro città e dei loro paesi, vedono nella nostra modernità la sola speranza.
Vivere e condividere con loro i propri problemi credo che possa aiutarci a trovare e ricercare delle soluzioni che siano piu incisive e durabili, che partono dai loro bisogni di base per poter forse un giorno lontano arrivare ai nostri capricci, vizi e lussi.
Per questo consiglio a tutti i giovani di andare in Africa e trarne degli insegnamenti che siano benefici per loro ma anche per noi. C’è tanto da fare laggiù, ma anche tanto da imparare, ci sono dei valori nella loro ricca cultura che credo noi abbiamo quasi dimenticato: la solidarietà e l’ospitalità.
Mi viene in mente quando la mattina mi recavo all’ufficio del CAB, mi salutavano stringendomi la mano e chiedendomi come va... hai ben dormito... ti sei ben svegliata... poi nel lasciarmi per recarsi ogniuno al suo lavoro mi dicevano “on est ensemble” cio vuol dire siamo insieme, con queste parole mi esprimevano la loro grande disponibilità e solidarietà. Noi nella nostra europa siamo capaci di vivere per dieci anni in una casa senza aver mai parlato con il nostro vicino.
In Sud Kivu quando si entra in una casa ti viene detto sempre “Karibu” (benvenuto) prima di ogni altra cosa.
Un viaggio così lungo, da soli, in un altro continente, dove il clima, la cultura e l’ambiente sono diversi può suscitare delle paure, ma ora io mi sento di consigliare a tutti di andare in Africa perchè gli africani vi diranno Karibu al contrario di come facciamo noi in Europa.
Saluti a tutti
Marta Berlingeri
giovedì 23 ottobre 2008
da Marta Berlingeri, stagista a Bukavu , lì 22 ottobre 2008
Salve a tutti di IFP, sono una studentessa di Cooperazione e Sviluppo attualmente in stage presso il Comité anti Bwaki (CAB) grazie ad Incontro fra i popoli. Mi trovo qui in Sud Kivu da ormai un mese e mezzo. Ogni giorno affianco gli animatori del CAB nelle molteplici attività presso i villaggi fuori Bukavu: incontriamo i gruppi femminili, i comitati di sviluppo ed i gruppi di giovani per aiutarli a meglio organizzarsi tra loro per creare attività commerciali, per sfruttare le loro terre, per conoscere i propri diritti e per migliorare le loro condizioni di vita. Cerco il piu possibile di partecipare alle animazioni anche se la lingua è un grosso ostacolo. Comunque tutto il personale del CAB è sempre molto disponibile a tradurre cio che dico e ad insegnarmi lo Swahili. Abituarmi a tutta questa povertà ed insicurezza generale è stata dura. Le guerra in teoria dovrebbe essere finita da un po di anni ma in alcuni villaggi regna l’insicurezza, l’impunità, la violenza ed i saccheggi ad opera di gruppi armati governamentali e non. Tutto cio demotiva i contadini e provoca spostamenti di famiglie verso la citta o altri villaggi. Comprendere la sofferenza di questo popolo vivendo con loro la quotidianità è davvero un altra cosa. Spesso con gli animatori resto 2-3 giorni nei villaggi pernottando in case senza elettricità, cucinando con il carbone a legna come fanno quasi tutti in RDC... il mio spirito di adattamento raggiunge livelli inaspettati. Ogni giorno mi arricchisco di esperienze nuove ed incredibili, mi confronto con realtà profondamente diverse dalle nostre. Mi affeziono sempre piu a tutto lo staff del Comité anti Bwaki che mi ha accolto con tanta gentilezza e alle mamans dei gruppi femminili che sono sempre contente quando vado a trovarle. Con qualche foto vi mostrerò qualche attività a cui ho partecipato in questo periodo. Marta |
giovedì 2 ottobre 2008
"A Parma soprusi ogni giorno"
Jean Claude Didiba, segretario generale dell'Associazione Amici d'Africa di Parma, parla del caso di Emmanuel Bonsu: "Non ho dubbi che si tratti di un caso di razzismo. La situazione per noi stranieri sta peggiorando sempre di più"di Carlotta SistiIl clima è teso nella comunità africana di Parma, e lo si capisce dal tono con cui Jean Claude Didiba, segretario generale dell'associazione Amici d'Africa parla del caso di Emmanuel Bonsu. È agitato, parla in fretta, la voce è quasi affannata, le parole sono pesanti: persecuzioni, maltrattamenti, violazione dei diritti. Questo ogni giorno, secondo Didiba, che porta a esempio un episodio accaduto a lui stesso in mattinata: "Io abito a San Secondo e come ogni mattina alle 8 meno cinque accompagnavo mio figlio a scuola. Sull'auto ho il contrassegno per gli invalidi, per il bambino. Ho parcheggiato vicino alle bancarelle del mercato, com'era mio diritto, ma due vigili appena mi hanno visto si sono avvicinati per farmi allontanare. Senza chiedermi nulla, senza dirmi nemmeno "buongiorno": per loro dovevo sloggiare. Io ho risposto che prima di tutto si saluta, poi si domanda se c'è una ragione per cui ho parcheggiato lì, infine ho detto che avevo a bordo il bambino e che avevo il contrassegno. Mi hanno chiesto "Che c'entra il bambino con gli invalidi?" Ecco, cose del genere succedono di continuo".Parla di Parma, Jean Claude, che "Dovrebbe essere una città europea, e invece è chiusa, barricata, spaventata dagli stranieri, che devono essere emarginati". La rabbia accumulata di un immigrato che in 8 anni di vita a Parma non ha mai smesso di sentirsi tale, e che oggi con il caso di Emmanuel esplode: "Non ho dubbi che quello che è successo al giovane ghanese sia un atto di razzismo e xenofobia. L'ennesimo, ma stavolta almeno denunciato e fatto vedere all'opinione pubblica. La situazione per noi sta peggiorando, soprattutto con questo nuovo governo. Io mi definisco apolitico ma non posso far finta di non vedere che negli ultimi mesi c'è una caduta libera della tutela dei diritti di noi stranieri".
Quella busta, poi, con la tristemente celebre scritta "Emmanuel negro" lo turba più di tutto: "L'ignoranza è di per sé una cosa terribile, ma diventa inaccettabile da parte delle forze dell'ordine. Sono sincero: non so per quanto ancora potremo sopportare tutto questo. Non vorrei usare la parola rivolta ma.". Non ci sarà una rivolta, non nell'immediato almeno, nei piani di Jean Claude Didiba, ma una protesta pacifica sì: "È tutto il giorno che faccio telefonate alla comunità camerunese, a quella del Burkina faso e ovviamente alla comunità ghanese di Parma. Entro sera decideremo quando e come muoverci".
01 ottobre 2008 - Da Repubblica.it
Caro Didiba, ho letto il tuo articolo. Come sempre sei molto esplicito e chiaro.
Al di là di ogni tipo di protesta pubblica pacifica che vorrete intraprendere, vi consiglio anche un'azione di richiesta di “sicurezza” nei termini della legge, dalla dichiarazione dei diritti umani, alla costituzione, fino alle leggi ordinarie che potrebbero interessare i singoli vostri casi di sopruso. Anche i “nuovi cittadini” hanno diritto alla sicurezza e, visto che questo governo ha come priorità di garantire ai cittadini la 'sicurezza' (intesa come protezione degli italiani contro i “nuovi intrusi stranieri”), voi stranieri prendetelo in contropiede, chiedendo anche voi sicurezza dall'ottusità e razzismo degli 'autoctoni', cioè noi italiani. Che la vostra azione sia sempre non violenta, ma decisa, tamburellante quotidianamente, presentata e fatta valere presso tutte le istituzioni pubbliche, dal sindaco ed assessori, ai vigili urbani, alla polizia, carabinieri, onorevoli; ed anche enti privati come scuole, parrocchie, gruppi di Azione Cattolica, Scout, ecc. Ragioniamo: in una partita di calcio, se una squadra picchia sempre l'altra e l'arbitro è con lei, che farebbe l'altra? Meglio che chi è offeso si rifaccia a chi deve far valere la legge, costringendolo fino all'esasperazione ad applicarla anche in suo favore. Se siete uniti in questo, innanzitutto snervereste le forze dell'ordine ed i tutori della legge, che, come la vedova insistente del Vangelo, ad un certo punto vi devono dare ascolto, ma anche la vostra protesta, punzecchiante come le zanzare che di notte ti infastidiscono e non riesci mai ad ammazzarle, si propagherebbe a tutta la popolazione di nuovi cittadini in Italia.
Ciao Leopoldo Rebellato
venerdì 26 settembre 2008
Cittadella (PD) e la Ferrero
TRA POLITICA ED ECONOMIA
a farne le spese sono i poveri
La settimana scorsa è arrivata in tutte le case del comune di Cittadella, su carta intestata dello stesso comune, una lettera che annunciava la diffusione, porta a porta, di un kit di dolciumi della Ferrero.
A proposito di Ferrero ….
“... la Ferrero è la quarta multinazionale del settore dolciumi e cioccolato con un fatturato di 4,4 miliardi di euro e impiega 16.000 persone. Ferrero ha 15 stabilimenti in Europa, Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Stati Uniti e Portorico. L’impresa fa uso di cacao e tè mediante canali commerciali che non danno garanzia di guadagni dignitosi per i contadini. Infatti produce e commercializza anche con paesi del Sud del mondo che violano in maniera grave i diritti umani e dei lavoratori, come nelle piantagioni di cacao del Ghana e della Costa d’Avorio dove lavorano centinaia di migliaia di bambini con mansioni anche pericolose, molti dei quali in condizioni di schiavitù.” Estratto dalla “Mini-Guida al consumo critico” redatta dal “Movimento Gocce di Giustizia”.
“... la Ferrero ha attività in due paradisi fiscali, dove si trovano le sedi delle società che controllano la Ferrero SpA. E’ appurato che appalta all’estero la produzione delle sorprese per la linea Kinder in paesi dove non sono tutelati i diritti dei lavoratori, come la Cina e alcuni paesi dell’Europa dell’Est.” “Estratto dalla piccola guida al consumo critico e responsabile dell’associazione Gaia”.
L’economia che mette al primo posto il profitto (il più alto possibile e da raggiungere velocemente) è uno dei maggiori strumenti di sfruttamento dei lavoratori e una prima causa d’inquinamento ambientale. Questa economia contribuisce a produrre quelle condizioni di estrema povertà che spingono poi miglia di persone, verso i paesi ricchi, come l’Italia, quei paesi che offrono maggiori opportunità di vita per loro e le loro famiglie.
Chi si mette a fianco degli impoveriti della terra e ha il coraggio di spendere una parola sulle loro condizioni e sulle cause di tanti drammatici esodi?
Noi associazioni di Cittadella, da decenni impegnate nella solidarietà e cooperazione internazionale, nel commercio equo e solidale, nell’impegno sociale accanto ai missionari, pensiamo che una politica con la “P” maiuscola, debba tenere alti i valori della solidarietà e della giustizia, più che fare da spalla ad una multinazionale che, come tante altre, svolge la sua attività cercando di farsi pubblicità e aumentare i propri guadagni nella promozione porta a porta, disinteressandosi del rispetto dei diritti umani nella sua filiera produttiva e commerciale.
Associazioni: Stella del Sud, Incontro fra i Popoli e Gruppo Missionario di Cittadella.
Mohammad Yunus a Tromso - Norvegia
“Guardiamo il mondo con occhi-ali diversi:
con gli occhi-ali di Muhammad Yunus”
<<< title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=2072077501614902713#_ftn1" name="_ftnref1">[1].
Il premio Nobel per la Pace fu assegnato per la prima volta nel 1901 a Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, e a Frédéric Passy, un famoso pacifista dell’epoca. Il Premio Nobel per la Pace premia chi si adopera per il mantenimento e il conseguimento della pace e copre diversi ambiti tra cui rientrano anche protezione e promozione dei diritti umani, mediazione di conflitti internazionali e controllo degli armamenti.[2]
Dopo grandi personalità come Wangari Maathai (Kenya), vincitrice del Nobel per la Pace nel 2004 per lo sviluppo sostenibile, la democrazia e la pace; Mohamed ElBaradei, vincitore 2005 per i suoi sforzi nel prevenire gli usi militari dell’energia nucleare e di convertirla per usi pacifici e sicuri [3], nel 2006 è stato il turno di Muhammad Yunus, per aver creato sviluppo socio-economico dal basso.[4] >>>
Era il 1974 quando tutto iniziò, al tempo, Muhammad Yunus insegnava economia all’Università di Chittagong e un giorno decise di “fare un giro” con i suoi studenti presso il villaggio adiacente all’università per vedere come funzionava l’economia dei poveri. Lì scoprì che la gente non riusciva ad ottenere prestiti dalle banche e che le rare volte che li conseguivano, il tasso d’interesse era del 10% a settimana. Ma cosa succedeva in realtà tra questi “poveri” e le banche? Il prestito chiesto era così esorbitante che le banche, per evitare insolvenza, non lo avrebbero mai concesso? Era così elevato per essere ammesso senza un garante sicuro?
In effetti, il prestito non era da poco: era da pochissimo; 27 US$. Non a testa bensì per 42 richiedenti unitisi in una lista sperando di avere più possibilità di fronte alla banca. Così, Muhammad Yunus, esterrefatto, sorpreso, indignato per questa situazione, capì che c’era un’ottica sbagliata nel business, capì che la gente portava gli occhiali sbagliati, avevano messo gli occhiali del profitto e non quelli del sociale. Avevano gli occhi tappati dal guadagno e avevano perso di vista completamente il servizio verso l’altro. Così decise di prendere una posizione forte e si assunse l’incarico di garante per queste 42 persone pensando poi al fatto che se magari fosse lui stesso a prestare i soldi invece della banca, la procedura sarebbe stata molto più snella. E così fece, era il 1976 quando Muhammad Yunus iniziò a dare prestiti ai poveri attraverso la Grameen Bank[5] portando gli occhiali giusti: gli occhiali del servizio. La Grameen Bank concedeva allora prestiti individuali fino ad un massimo di 30 US$. Dieci erano le persone coinvolte ed erano tutte localizzate nel villaggio visitato da Muhammad Yunus e dai suoi studenti nel 1974. Il 20% era composto da donne.
Ora, 2008, la Grameen Bank concede prestiti individuali fino a 300 US$. 7.411.229 sono le persone coinvolte distribuite in 80.678 villaggi. Il 97% è composto da donne.Poi, Muhammad Yunus, vedendo che queste donne iniziavano a crearsi un certo benessere vivendo però in capanne insalubri, avvio dei prestiti speciali per la costruzione di case e dalle 317 case costruite nel 1984 si è arrivati alle 650.839 del 2007. E qui gli si presentò una sfida non tanto economica quanto sociale, i terreni su cui costruire non appartenevano certo alle donne bensì ai loro mariti perciò queste donne, forti e coraggiose, iniziarono a dialogare con i mariti proponendo la costruzione della casa a loro nome, di loro proprietà (e non del marito come vuole tradizione) cosicché si avviò un processo di emancipazione femminile dal basso, duraturo e sia sociale che famigliare. Le donne poi, avendo più possibilità economiche iniziarono ad iscrivere i figli a scuola e ora il 100% della prole delle donne affiliate a Grameen Bank frequentano le scuole.
Un grande cambiamento per un paese come il Bangladesh posizionato al 140° posto dell’ISU[6], paese in cui la speranza di vita alla nascita è di 63 anni (l’Italia è al 20° posto con una speranza di vita alla nascita di 80 anni) e in cui il PIL pro-capite si aggira sui 2,50 US$.
Muhammad Yunus ha fortemente voluto questo cambiamento e per iniziarlo ha messo gli occhiali del sociale, e non li ha più tolti. Ma quello che sorprende sentendolo parlare è la sua fede nel cambiamento, la sua ferma convinzione che “il cambiamento è possibile” se solo si scelgono gli occhiali giusti e si vola. Con la mente. Con il cuore.
di Martina Savio
[1] http://nobelprize.org/prize_awarders/peace/index.html [11/09/08]
[2] http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/ [11/09/08]
[3] http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2005/index.html [11/09/08]
[4] http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2006/index.html [11/09/08]. Nel 2007, il Premio Nobel per la Pace e`stato assegnato ad Albert Arnold Gore Jr. e all`Istituto Inter-Governativo sul Cambio Climatico (IPCC) per aver diffuso la conoscenza sul cambio climatico dovuto all`uomo.
[5] Grameen significa “rurale” o “villaggio” in lingua bengalese. Per maggiori informazioni consultare il sito: http://www.grameen-info.org/