Salve a tutti di Incontro fra i Popoli,
da qualche giorno sono tornata in Italia dopo aver passato quattro mesi a Bukavu nella regione del Sud Kivu in Repubblica Democratica del Congo.
Era la prima volta che mettevo piede in terra africana, le sensazioni e le paure sono state molteplici.
A Bukavu ho lavorato come stagista presso il Comité anti bwaki ( CAB), un ONG locale da molti anni partner di Incontro fra i Popoli.
Quando sono arrivata subito gli agenti del CAB mi hanno dato una scrivania nell’ufficio Genere che si occupa dei gruppi di donne nelle associazioni contadine.
Pian piano sono riuscita ad integrarmi nel loro lavoro ed anche nel loro modo di vivere.
Con gli agenti, gli animatori e gli agronomi ho passato gran parte del mio stage. Con loro ho vissuto nelle case del CAB per più giorni presso i villaggi fuori città.Loro mi hanno insegnato come si vive e sopravvive in Sud Kivu.
Ho incontrato molti gruppi di donne e associazioni contadine, non sono riuscita a conoscere tutte le associazioni seguite dal CAB perchè sono molteplici e spesso raggiungerle era complicato. Sono riuscita in ogni caso a conoscere alcune in modo piu approfondito. Dopo due o tre volte che andavo in un villaggio era piacevole la sensazione di non essere piu la “Mzungu” (la bianca) che attirava l’attenzione di tutti, ma semplicemente “Dada” (sorella) stagista del Comité anti-bwaki.
Lo stesso piacere di non essere piu la Mzungu lo sentivo anche in città dove dopo molti sforzi e difficoltà alla fine riuscivo a muovermi liberamente tra mercato, bancarelle, venditori ambulanti ed ad essere salutata a loro modo : Jambo Dada ( ciao sorella).
La cosa piu dura è stato adattarmi a vedere tanta poverta ed ingiustizia, uso il termine adattarsi perche credo sia impossibile per me abituarmi a tutto ciò che i miei occhi vedevano.
Nonostante io sia una studentessa di Cooperazione e Sviluppo e posso magari conoscere le cifre della mortalità infantile, l’analfabetismo, il costo della vita, posso aver letto mille libri e articoli sulle condizioni di vita degli africani, quando sono arrivata lì mi sono sentita davvero piccola piccola di fronte ai molteplici problemi che queste persone devono affrontare.
Le donne lavorano in maniera incredibile, possono fare kilometri a piedi per arrivare in città e vendere il loro sacco di carbone che quasi pesa piu di loro. Le scuole pubbliche esistono ma lo stato non paga gli insegnanti quindi l’alfabetizzazione è a carico delle famiglie.
I giovani hanno voglia di fuggire, invece di essere incoraggiati a cambiare le condizioni della loro città e dei loro paesi, vedono nella nostra modernità la sola speranza.
Vivere e condividere con loro i propri problemi credo che possa aiutarci a trovare e ricercare delle soluzioni che siano piu incisive e durabili, che partono dai loro bisogni di base per poter forse un giorno lontano arrivare ai nostri capricci, vizi e lussi.
Per questo consiglio a tutti i giovani di andare in Africa e trarne degli insegnamenti che siano benefici per loro ma anche per noi. C’è tanto da fare laggiù, ma anche tanto da imparare, ci sono dei valori nella loro ricca cultura che credo noi abbiamo quasi dimenticato: la solidarietà e l’ospitalità.
Mi viene in mente quando la mattina mi recavo all’ufficio del CAB, mi salutavano stringendomi la mano e chiedendomi come va... hai ben dormito... ti sei ben svegliata... poi nel lasciarmi per recarsi ogniuno al suo lavoro mi dicevano “on est ensemble” cio vuol dire siamo insieme, con queste parole mi esprimevano la loro grande disponibilità e solidarietà. Noi nella nostra europa siamo capaci di vivere per dieci anni in una casa senza aver mai parlato con il nostro vicino.
In Sud Kivu quando si entra in una casa ti viene detto sempre “Karibu” (benvenuto) prima di ogni altra cosa.
Un viaggio così lungo, da soli, in un altro continente, dove il clima, la cultura e l’ambiente sono diversi può suscitare delle paure, ma ora io mi sento di consigliare a tutti di andare in Africa perchè gli africani vi diranno Karibu al contrario di come facciamo noi in Europa.
Saluti a tutti
Marta Berlingeri
martedì 20 gennaio 2009
karibu! Testimonianza di stage a Bukavu
giovedì 23 ottobre 2008
da Marta Berlingeri, stagista a Bukavu , lì 22 ottobre 2008
Salve a tutti di IFP, sono una studentessa di Cooperazione e Sviluppo attualmente in stage presso il Comité anti Bwaki (CAB) grazie ad Incontro fra i popoli. Mi trovo qui in Sud Kivu da ormai un mese e mezzo. Ogni giorno affianco gli animatori del CAB nelle molteplici attività presso i villaggi fuori Bukavu: incontriamo i gruppi femminili, i comitati di sviluppo ed i gruppi di giovani per aiutarli a meglio organizzarsi tra loro per creare attività commerciali, per sfruttare le loro terre, per conoscere i propri diritti e per migliorare le loro condizioni di vita. Cerco il piu possibile di partecipare alle animazioni anche se la lingua è un grosso ostacolo. Comunque tutto il personale del CAB è sempre molto disponibile a tradurre cio che dico e ad insegnarmi lo Swahili. Abituarmi a tutta questa povertà ed insicurezza generale è stata dura. Le guerra in teoria dovrebbe essere finita da un po di anni ma in alcuni villaggi regna l’insicurezza, l’impunità, la violenza ed i saccheggi ad opera di gruppi armati governamentali e non. Tutto cio demotiva i contadini e provoca spostamenti di famiglie verso la citta o altri villaggi. Comprendere la sofferenza di questo popolo vivendo con loro la quotidianità è davvero un altra cosa. Spesso con gli animatori resto 2-3 giorni nei villaggi pernottando in case senza elettricità, cucinando con il carbone a legna come fanno quasi tutti in RDC... il mio spirito di adattamento raggiunge livelli inaspettati. Ogni giorno mi arricchisco di esperienze nuove ed incredibili, mi confronto con realtà profondamente diverse dalle nostre. Mi affeziono sempre piu a tutto lo staff del Comité anti Bwaki che mi ha accolto con tanta gentilezza e alle mamans dei gruppi femminili che sono sempre contente quando vado a trovarle. Con qualche foto vi mostrerò qualche attività a cui ho partecipato in questo periodo. Marta |
giovedì 2 ottobre 2008
"A Parma soprusi ogni giorno"
Jean Claude Didiba, segretario generale dell'Associazione Amici d'Africa di Parma, parla del caso di Emmanuel Bonsu: "Non ho dubbi che si tratti di un caso di razzismo. La situazione per noi stranieri sta peggiorando sempre di più"di Carlotta SistiIl clima è teso nella comunità africana di Parma, e lo si capisce dal tono con cui Jean Claude Didiba, segretario generale dell'associazione Amici d'Africa parla del caso di Emmanuel Bonsu. È agitato, parla in fretta, la voce è quasi affannata, le parole sono pesanti: persecuzioni, maltrattamenti, violazione dei diritti. Questo ogni giorno, secondo Didiba, che porta a esempio un episodio accaduto a lui stesso in mattinata: "Io abito a San Secondo e come ogni mattina alle 8 meno cinque accompagnavo mio figlio a scuola. Sull'auto ho il contrassegno per gli invalidi, per il bambino. Ho parcheggiato vicino alle bancarelle del mercato, com'era mio diritto, ma due vigili appena mi hanno visto si sono avvicinati per farmi allontanare. Senza chiedermi nulla, senza dirmi nemmeno "buongiorno": per loro dovevo sloggiare. Io ho risposto che prima di tutto si saluta, poi si domanda se c'è una ragione per cui ho parcheggiato lì, infine ho detto che avevo a bordo il bambino e che avevo il contrassegno. Mi hanno chiesto "Che c'entra il bambino con gli invalidi?" Ecco, cose del genere succedono di continuo".Parla di Parma, Jean Claude, che "Dovrebbe essere una città europea, e invece è chiusa, barricata, spaventata dagli stranieri, che devono essere emarginati". La rabbia accumulata di un immigrato che in 8 anni di vita a Parma non ha mai smesso di sentirsi tale, e che oggi con il caso di Emmanuel esplode: "Non ho dubbi che quello che è successo al giovane ghanese sia un atto di razzismo e xenofobia. L'ennesimo, ma stavolta almeno denunciato e fatto vedere all'opinione pubblica. La situazione per noi sta peggiorando, soprattutto con questo nuovo governo. Io mi definisco apolitico ma non posso far finta di non vedere che negli ultimi mesi c'è una caduta libera della tutela dei diritti di noi stranieri".
Quella busta, poi, con la tristemente celebre scritta "Emmanuel negro" lo turba più di tutto: "L'ignoranza è di per sé una cosa terribile, ma diventa inaccettabile da parte delle forze dell'ordine. Sono sincero: non so per quanto ancora potremo sopportare tutto questo. Non vorrei usare la parola rivolta ma.". Non ci sarà una rivolta, non nell'immediato almeno, nei piani di Jean Claude Didiba, ma una protesta pacifica sì: "È tutto il giorno che faccio telefonate alla comunità camerunese, a quella del Burkina faso e ovviamente alla comunità ghanese di Parma. Entro sera decideremo quando e come muoverci".
01 ottobre 2008 - Da Repubblica.it
Caro Didiba, ho letto il tuo articolo. Come sempre sei molto esplicito e chiaro.
Al di là di ogni tipo di protesta pubblica pacifica che vorrete intraprendere, vi consiglio anche un'azione di richiesta di “sicurezza” nei termini della legge, dalla dichiarazione dei diritti umani, alla costituzione, fino alle leggi ordinarie che potrebbero interessare i singoli vostri casi di sopruso. Anche i “nuovi cittadini” hanno diritto alla sicurezza e, visto che questo governo ha come priorità di garantire ai cittadini la 'sicurezza' (intesa come protezione degli italiani contro i “nuovi intrusi stranieri”), voi stranieri prendetelo in contropiede, chiedendo anche voi sicurezza dall'ottusità e razzismo degli 'autoctoni', cioè noi italiani. Che la vostra azione sia sempre non violenta, ma decisa, tamburellante quotidianamente, presentata e fatta valere presso tutte le istituzioni pubbliche, dal sindaco ed assessori, ai vigili urbani, alla polizia, carabinieri, onorevoli; ed anche enti privati come scuole, parrocchie, gruppi di Azione Cattolica, Scout, ecc. Ragioniamo: in una partita di calcio, se una squadra picchia sempre l'altra e l'arbitro è con lei, che farebbe l'altra? Meglio che chi è offeso si rifaccia a chi deve far valere la legge, costringendolo fino all'esasperazione ad applicarla anche in suo favore. Se siete uniti in questo, innanzitutto snervereste le forze dell'ordine ed i tutori della legge, che, come la vedova insistente del Vangelo, ad un certo punto vi devono dare ascolto, ma anche la vostra protesta, punzecchiante come le zanzare che di notte ti infastidiscono e non riesci mai ad ammazzarle, si propagherebbe a tutta la popolazione di nuovi cittadini in Italia.
Ciao Leopoldo Rebellato
venerdì 26 settembre 2008
Cittadella (PD) e la Ferrero
TRA POLITICA ED ECONOMIA
a farne le spese sono i poveri
La settimana scorsa è arrivata in tutte le case del comune di Cittadella, su carta intestata dello stesso comune, una lettera che annunciava la diffusione, porta a porta, di un kit di dolciumi della Ferrero.
A proposito di Ferrero ….
“... la Ferrero è la quarta multinazionale del settore dolciumi e cioccolato con un fatturato di 4,4 miliardi di euro e impiega 16.000 persone. Ferrero ha 15 stabilimenti in Europa, Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Stati Uniti e Portorico. L’impresa fa uso di cacao e tè mediante canali commerciali che non danno garanzia di guadagni dignitosi per i contadini. Infatti produce e commercializza anche con paesi del Sud del mondo che violano in maniera grave i diritti umani e dei lavoratori, come nelle piantagioni di cacao del Ghana e della Costa d’Avorio dove lavorano centinaia di migliaia di bambini con mansioni anche pericolose, molti dei quali in condizioni di schiavitù.” Estratto dalla “Mini-Guida al consumo critico” redatta dal “Movimento Gocce di Giustizia”.
“... la Ferrero ha attività in due paradisi fiscali, dove si trovano le sedi delle società che controllano la Ferrero SpA. E’ appurato che appalta all’estero la produzione delle sorprese per la linea Kinder in paesi dove non sono tutelati i diritti dei lavoratori, come la Cina e alcuni paesi dell’Europa dell’Est.” “Estratto dalla piccola guida al consumo critico e responsabile dell’associazione Gaia”.
L’economia che mette al primo posto il profitto (il più alto possibile e da raggiungere velocemente) è uno dei maggiori strumenti di sfruttamento dei lavoratori e una prima causa d’inquinamento ambientale. Questa economia contribuisce a produrre quelle condizioni di estrema povertà che spingono poi miglia di persone, verso i paesi ricchi, come l’Italia, quei paesi che offrono maggiori opportunità di vita per loro e le loro famiglie.
Chi si mette a fianco degli impoveriti della terra e ha il coraggio di spendere una parola sulle loro condizioni e sulle cause di tanti drammatici esodi?
Noi associazioni di Cittadella, da decenni impegnate nella solidarietà e cooperazione internazionale, nel commercio equo e solidale, nell’impegno sociale accanto ai missionari, pensiamo che una politica con la “P” maiuscola, debba tenere alti i valori della solidarietà e della giustizia, più che fare da spalla ad una multinazionale che, come tante altre, svolge la sua attività cercando di farsi pubblicità e aumentare i propri guadagni nella promozione porta a porta, disinteressandosi del rispetto dei diritti umani nella sua filiera produttiva e commerciale.
Associazioni: Stella del Sud, Incontro fra i Popoli e Gruppo Missionario di Cittadella.
Mohammad Yunus a Tromso - Norvegia
“Guardiamo il mondo con occhi-ali diversi:
con gli occhi-ali di Muhammad Yunus”
<<< title="" style="mso-footnote-id: ftn1" href="http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=2072077501614902713#_ftn1" name="_ftnref1">[1].
Il premio Nobel per la Pace fu assegnato per la prima volta nel 1901 a Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, e a Frédéric Passy, un famoso pacifista dell’epoca. Il Premio Nobel per la Pace premia chi si adopera per il mantenimento e il conseguimento della pace e copre diversi ambiti tra cui rientrano anche protezione e promozione dei diritti umani, mediazione di conflitti internazionali e controllo degli armamenti.[2]
Dopo grandi personalità come Wangari Maathai (Kenya), vincitrice del Nobel per la Pace nel 2004 per lo sviluppo sostenibile, la democrazia e la pace; Mohamed ElBaradei, vincitore 2005 per i suoi sforzi nel prevenire gli usi militari dell’energia nucleare e di convertirla per usi pacifici e sicuri [3], nel 2006 è stato il turno di Muhammad Yunus, per aver creato sviluppo socio-economico dal basso.[4] >>>
Era il 1974 quando tutto iniziò, al tempo, Muhammad Yunus insegnava economia all’Università di Chittagong e un giorno decise di “fare un giro” con i suoi studenti presso il villaggio adiacente all’università per vedere come funzionava l’economia dei poveri. Lì scoprì che la gente non riusciva ad ottenere prestiti dalle banche e che le rare volte che li conseguivano, il tasso d’interesse era del 10% a settimana. Ma cosa succedeva in realtà tra questi “poveri” e le banche? Il prestito chiesto era così esorbitante che le banche, per evitare insolvenza, non lo avrebbero mai concesso? Era così elevato per essere ammesso senza un garante sicuro?
In effetti, il prestito non era da poco: era da pochissimo; 27 US$. Non a testa bensì per 42 richiedenti unitisi in una lista sperando di avere più possibilità di fronte alla banca. Così, Muhammad Yunus, esterrefatto, sorpreso, indignato per questa situazione, capì che c’era un’ottica sbagliata nel business, capì che la gente portava gli occhiali sbagliati, avevano messo gli occhiali del profitto e non quelli del sociale. Avevano gli occhi tappati dal guadagno e avevano perso di vista completamente il servizio verso l’altro. Così decise di prendere una posizione forte e si assunse l’incarico di garante per queste 42 persone pensando poi al fatto che se magari fosse lui stesso a prestare i soldi invece della banca, la procedura sarebbe stata molto più snella. E così fece, era il 1976 quando Muhammad Yunus iniziò a dare prestiti ai poveri attraverso la Grameen Bank[5] portando gli occhiali giusti: gli occhiali del servizio. La Grameen Bank concedeva allora prestiti individuali fino ad un massimo di 30 US$. Dieci erano le persone coinvolte ed erano tutte localizzate nel villaggio visitato da Muhammad Yunus e dai suoi studenti nel 1974. Il 20% era composto da donne.
Ora, 2008, la Grameen Bank concede prestiti individuali fino a 300 US$. 7.411.229 sono le persone coinvolte distribuite in 80.678 villaggi. Il 97% è composto da donne.Poi, Muhammad Yunus, vedendo che queste donne iniziavano a crearsi un certo benessere vivendo però in capanne insalubri, avvio dei prestiti speciali per la costruzione di case e dalle 317 case costruite nel 1984 si è arrivati alle 650.839 del 2007. E qui gli si presentò una sfida non tanto economica quanto sociale, i terreni su cui costruire non appartenevano certo alle donne bensì ai loro mariti perciò queste donne, forti e coraggiose, iniziarono a dialogare con i mariti proponendo la costruzione della casa a loro nome, di loro proprietà (e non del marito come vuole tradizione) cosicché si avviò un processo di emancipazione femminile dal basso, duraturo e sia sociale che famigliare. Le donne poi, avendo più possibilità economiche iniziarono ad iscrivere i figli a scuola e ora il 100% della prole delle donne affiliate a Grameen Bank frequentano le scuole.
Un grande cambiamento per un paese come il Bangladesh posizionato al 140° posto dell’ISU[6], paese in cui la speranza di vita alla nascita è di 63 anni (l’Italia è al 20° posto con una speranza di vita alla nascita di 80 anni) e in cui il PIL pro-capite si aggira sui 2,50 US$.
Muhammad Yunus ha fortemente voluto questo cambiamento e per iniziarlo ha messo gli occhiali del sociale, e non li ha più tolti. Ma quello che sorprende sentendolo parlare è la sua fede nel cambiamento, la sua ferma convinzione che “il cambiamento è possibile” se solo si scelgono gli occhiali giusti e si vola. Con la mente. Con il cuore.
di Martina Savio
[1] http://nobelprize.org/prize_awarders/peace/index.html [11/09/08]
[2] http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/ [11/09/08]
[3] http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2005/index.html [11/09/08]
[4] http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2006/index.html [11/09/08]. Nel 2007, il Premio Nobel per la Pace e`stato assegnato ad Albert Arnold Gore Jr. e all`Istituto Inter-Governativo sul Cambio Climatico (IPCC) per aver diffuso la conoscenza sul cambio climatico dovuto all`uomo.
[5] Grameen significa “rurale” o “villaggio” in lingua bengalese. Per maggiori informazioni consultare il sito: http://www.grameen-info.org/
giovedì 31 luglio 2008
ARRIVEDERCI SHABUNDA
Cari amici di IFP,
torno a scrivervi dalla Repubblica Democratica del Congo. Dopo due mesi e una settimana a Shabunda sono nuovamente a Bukavu. Lasciare Shabunda è stato molto difficile, l'esperienza è stata intensa e mi ha toccata profondamente. Sono tanti i ricordi, le sensazioni, le emozioni che mi accompagneranno sulla via del ritorno e sono tante le persone che porterò nel cuore e alle quali ho promesso di tornare ad agosto del 2009...e una promessa va sempre mantenuta.
Anche io, come già aveva fatto Mirko, preferisco raccontarvi qualcosa di questa straordinaria avventura attraverso le foto...un consiglio mi sento di darvi: venite in RDC, venite a Shabunda..c'è tanto da fare, c'è tanto da scoprire. Grazie a Incontro fra i Popoli per avermi dato la possibilità di vivere questa esperienza.
Kwa heri Shabunda
Eccomi in compagnia delle autorità tradizionali
Les mamans de l'ADR
Safari a Matili, villaggio a 30 km da Shabunda...
Lavoro nei campi
Lo studio di Radio Mutanga, emissione radiofonica dell'ADR volta a favorire
la promozione e lo sviluppo di Shabunda e dintorni
Giornata di festa insieme agli amici finalisti dell'Istituto Tecnico Professionale Divin Maitre
di Shabunda: Marie, Salima, Shindano, Valentin e Idolwa
Eccomi insieme a Chiara all'Università di Kalima, città della Provincia del Maniema
E per finire vi lascio con questo splendido scorcio di foresta equatoriale...
Astrid Chuc
lunedì 14 luglio 2008
L'altro può essere una minaccia o una fortuna
Dal 2004, l’Associazione per la Promozione dell’Educazione nel Maniema (APEMA) di Kindu in Congo collabora con Incontro fra i Popoli. Tante belle cose sono state realizzate insieme finora: tutti progetti di sviluppo condivisi.
Quest’anno è stato avviato un nuovo settore di collaborazione: l’arrivo dall’Italia di giovani studenti desiderosi di fare il loro stage universitario da noi a Kindu. La prima è stata Chiara Arsiè, rimasta da noi tre mesi. Che occasione propizia per noi! Una ragazza che si è proposta di vivere come volontaria in Congo e proprio da noi a Kindu. Fa caldo a Kindu e la popolazione vive nella povertà, dopo cinque anni di guerra.
Subito molti qui a Kindu hanno pensato che fosse l’ennesima operatrice dell’ONU, venuta, ben pagata, per fare delle cose che non avrebbero interessato a nessuno.
Per le altre ONG presenti da noi, Chiara era sola un’ispettrice inviata dall’Italia. Invece Chiara era solo una “volontaria”. Veniva con noi dappertutto, vivendo con noi tutte le situazioni quotidiane. Parlava con la gente, soprattutto con le donne ed ha creato con loro una profonda amicizia. L’abbiamo fatta intervenire più volte alle nostre trasmissioni radiofoniche. Alla fine la gente ha capito che ci sono dei giovani coraggiosi e sereni che possono accettare di lasciare il loro paese per venire e condividere un periodo delle loro vite con noi.
Aspettiamo ora altri giovani italiani ed europei che vengano a vivere con noi gioie e sofferenze, tristezze ed angosce, ma anche le speranze di ricostruzione del nostro paese, dopo le infinite guerre.
Don Gaston Mbogo
Presidente APEMA
Kindu – R.D. Congo
Un écrivain disait: “L’autre peut être une menace ou une chance”.
Depuis 2004, l’Association pour la Promotion de l’Éducation au Maniema (APEMA) de Kindu, au Congo, collabore avec Incontro fra i Popoli. Beaucoup de belles choses ont été réalisées ensemble jusqu’ici : tous projets de développement partagés.
Cette année, nous avons lancé un nouveau secteur de collaboration : l’arrivée chez nous à Kindu de jeunes étudiants d’Italie souhaitant faire leur stage universitaire. La première a été Chiara Arsié, qui est restée trois mois chez nous. Quelle occasion propice cela a été pour nous ! Une jeune fille qui s’est proposée pour vivre comme bénévole au Congo, et chez nous, à Kindu. Il fait chaud à Kindu et la population vit dans la pauvreté, après 5 ans de guerre.
Ici, à Kindu, beaucoup ont immédiatement pensé qu’il s’agissait de l’énième agent de l’ONU, bien payée, venue pour faire des choses qui n’auraient intéressé personne.
Pour les autres ONG présentes chez nous, Chiara n’était qu’une inspectrice envoyée par l’Italie. Mais, au contraire, Chiara était seulement une « volontaire ». Elle nous accompagnait de partout, vivant avec nous toutes les situations quotidiennes. Elle parlait avec les gens, en particulier avec les femmes, et elle a créé avec elles une profonde amitié. Nous l’avons faite intervenir plusieurs fois lors de nos émissions radiophoniques. A la fin, les gens ont compris qu’il existe des jeunes courageux et sereins qui peuvent accepter de quitter leur pays pour venir ici et partager un moment de leur vie avec nous.
À présent, nous attendons d’autres jeunes italiens et européens qui viennent vivre avec nous joies et souffrances, tristesses et angoisses, mais aussi les espoirs de reconstruction de notre pays, après les guerres infinies.